Università e scuola

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Le nuove scuole professionali: più vicine all’economia del territorio

11 settembre 2017

Due percorsi paralleli, flessibili e intercambiabili, uno di cinque anni che conduce al diploma, uno di tre o quattro anni che porta a qualifiche tecniche. La riforma dell’istruzione professionale, entrata in vigore il 31 maggio con il decreto legislativo 61/2017, nasce con molte ambizioni: rendere più definita e articolata l’offerta didattica, collegarla più saldamente alla domanda, in buona parte insoddisfatta, proveniente da settori strategici come l’artigianato, il turismo, la sanità, l’agricoltura, ma anche personalizzare la formazione dei giovani grazie a spazi di autonomia e progetti ad hoc che gli istituti potranno elaborare per valorizzare la capacità individuali. La riforma partirà nell’anno scolastico 2018/2019 con le nuove prime classi, e vedrà attivare progressivamente le classi successive, fino ad essere a regime, sostituendo completamente il vecchio ordinamento, nel 2022/23.

La didattica, si diceva, si baserà su due canali, differenziati ma permeabili: l’istruzione professionale, lunga un quinquennio, sarà curata da scuole statali e paritarie; l’istruzione e formazione professionale (nome simile ma programma distinto) sarà invece responsabilità delle istituzioni accreditate da Regioni e Province autonome, e permetterà di conseguire una qualifica (dopo tre anni) o un diploma (dopo quattro). Per quanto diversi, i percorsi saranno inseriti in un sistema unitario, quello della Rete nazionale delle scuole professionali, e consentiranno agli studenti, a certe condizioni e secondo criteri da definire in Conferenza Stato-Regioni, di passare da un canale all’altro: così, ad esempio, lo studente che consegue la qualifica triennale potrà decidere di fermarsi, di studiare un altro anno nello stesso istituto e ottenere un diploma tecnico, oppure passare a una scuola quinquennale e terminare il ciclo fino al conseguimento del diploma che consente l’accesso all’università o agli istituti tecnici superiori.

Vediamo, nel dettaglio, l’offerta didattica. Gli indirizzi dei nuovi istituti professionali saranno in tutto 11: agricoltura e risorse forestali; pesca; industria e artigianato; manutenzione; risanamento ambientale; servizi commerciali; enogastronomia e ospitalità alberghiera; servizi culturali; sanità e assistenza sociale; odontotecnico; ottico. Ogni anno di corso consisterà in 1.056 ore di lezione: nel primo biennio, 594 ore annuali saranno dedicate alle discipline comuni (italiano, inglese, matematica, storia, geografia, diritto ed economia, scienze motorie, religione cattolica o attività alternative); le restanti 462 saranno riservate alle materie specifiche di ogni indirizzo, comprese le attività di laboratorio. Nel successivo triennio, le materie comuni saranno quelle del biennio senza geografia, diritto ed economia. La concreta organizzazione dell’offerta formativa, il quadro delle competenze e la disciplina di transizione al nuovo ordinamento saranno stabiliti per decreto dal Miur.

Accennavamo all’autonomia offerta agli istituti, che possono modellare gli indirizzi di studio secondo modalità coerenti con le indicazioni delle Regioni e le richieste del tessuto produttivo locale. Potranno inoltre utilizzare fino al 20% dell’orario nel primo biennio e fino al 40% nel triennio per potenziare gli insegnamenti fondamentali e di laboratorio. Le scuole avranno facoltà di stipulare contratti d’opera con esperti e professionisti, ricevere finanziamenti da soggetti pubblici e privati, siglare accordi con aziende ed enti nel territorio per arricchire l’offerta formativa e le esperienze scuola-lavoro.

Ogni consiglio di classe dovrà redigere un progetto formativo pensato appositamente per il singolo allievo, e aggiornato periodicamente. All’interno dei consigli di classe, i dirigenti scolastici sceglieranno i tutor che seguiranno ogni studente. Molto spazio è previsto per i percorsi scuola-lavoro, che potranno essere avviati già dal secondo anno, e per l’apprendistato, che godrà di un fondo annuo nazionale pari a 25 milioni. Saranno invece 48, a regime, i milioni annui che finanzieranno il personale necessario per attuare le innovazioni previste.

Martino Periti