Università e scuola

Mario all'interno del suo bar a Palazzo Bo. Foto: Giovanni De Sandre

Università e scuola

Mario e il suo bar: istituzioni da 60 anni al Bo

21 giugno 2017

“Non scrivere niente, mi raccomando!” dice all’inizio Mario. “Io sono fatto così, le interviste non mi piacciono; chi mi deve conoscere sa già la mia storia”. Poi poco a poco si scioglie, vinto dall’ostinazione di chi scrive (con la complicità di un vecchio goliarda).

Parliamo ovviamente di Mario ‘Bovis’ Sensi, presenza fissa e nume tutelare di Palazzo Bo, dove gestisce il bar esattamente da 60 anni. Era infatti il 1° ottobre 1957 quando per la prima volta, appena diciasettenne, prendeva servizio presso la storica sede dell’università di Padova. E da allora ne ha viste tante: dagli anni del miracolo economico a quelli della contestazione, dal ‘68 agli anni di piombo, testimone delle vicende di uno degli atenei più antichi d’Italia ma sempre discretamente e in punta di piedi.

Punto numero uno: intervistare Mario è difficile, difficilissimo: “Ai giornali dico sempre di no, non sono tipo da articoli” si schermisce all’inizio. Punto numero due: è quasi impossibile farlo restando sobri. Anche se in questo caso siamo riusciti a cavarcela con un polifonico e un morandini, i due celebri cocktail della casa, circondati da un alone di segreto comparabile a quello della formula della Coca Cola. “Piuttosto che rivelare la ricetta chiudo bottega” dichiara subito il barman; “Nemmeno io la so, prepara ogni mattina gli ingredienti da solo”, conferma la figlia Stefania, al suo fianco da quasi 35 anni.

Oggi al Bo Mario è una specie di monumento, più o meno come il Palinuro di Martini o gli affreschi di Gio Ponti; in 12 lustri ha visto gli studenti diventare professori, e poi i loro allievi prenderne il posto. Quando è arrivato lui il presidente della Repubblica era Giovanni Gronchi e il governo era guidato da Antonio Segni, alla Casa Bianca c’era Eisenhower e dal balcone di San Pietro si affacciava Pio XII. Era il 1957, 735 A Bove condito, rettore Guido Ferro.

All’inizio Mario è garzone di bottega, poi nel 1973 subentra nella gestione ai vecchi concessionari. Aiutato all’inizio dalla moglie Luciana, poi dal 1983 da Stefania: “Senza lei non ce la farei. Ci intendiamo al volo, siamo molto uniti ma allo stesso tempo ognuno rispetta l’altro”, dice lui mentre lei lo guarda adorante. “Se tornassi indietro farei esattamente lo stesso”, conferma lei. Che cos’è per voi l’università dopo tutto questo tempo? “Un’altra casa”, risponde Mario; “Per noi è un grande onore lavorare qui”, sottolinea Stefania.

Mentre parliamo dalle pareti ci guardano decenni di storia dell’ateneo: le pitture a soggetto goliardico di Antonio Menegazzo, conosciuto anche come Amen, e poi manifesti, papiri di laurea… una delle poche passioni note di Mario è infatti quella per il suo archivio: “Ho moltissimi manifesti, soprattutto delle feste delle matricole e della Polifonica ‘Vitaliano Lenguazza’… Poi centinaia tra documenti e soprattutto papiri. Molti me li hanno portati ma alcuni ho anche lottato per averli”. Ogni tanto, a casa sua, li tira fuori e li ammira: “È per ricordare. E poi vanno tenuti in ordine, altrimenti si rovinano”.

Foto: Giovanni De Sandre

Intanto l’occhio cade sulle numerose foto, in cui il padrone di casa è ritratto assieme a personalità in visita, qualche rettore e soprattutto con numerosi ragazzi: ancora oggi tantissimi vogliono farsi una foto con lui subito dopo la laurea. Gli aneddoti si sprecherebbero, ma all’uomo non piace molto parlarne: un vero barman è persona fidata, non va a spifferare le sue storie. Con qualche piccola eccezione, come per quella volta che al Bo venne Giovanni Spadolini e gli studenti gli regalarono un maiale; non sapevano però di avere di fronte un vecchio adepto della goliardia: “Se lo portò via veramente, disse che lo mandava nelle sue tenute. Poi per ringraziare ci fece arrivare delle bottiglie di vino”.

Proprio la goliardia è uno dei vecchi pallini di Mario: “Una volta per gli studenti era naturale entrare in una confraternita, l’università era tutta come una grande goliardia”. Per una matricola era praticamente impossibile uscire l’8 febbraio senza essere ‘battezzati’, e se si incontrava un anziano non si poteva fare a meno di offrirgli un’ombra di vino: “Si finiva a ‘bolli’: alla fine pagava quello che aveva meno timbri annuali sul libretto”. E pensare che gli studenti di oggi il libretto non ce l’hanno nemmeno.

Foto: Massimo Pistore

E gli studenti come sono cambiati in questi anni? “Non molto, per me rimangono sempre ragazzi. Anche se quando sono arrivato eravamo tutti in giacca e cravatta, compresi noi del bar, e senza l’aria condizionata di adesso”. Ancora negli anni Sessanta andare all’università significava far parte di una comunità: “A Padova c’erano appena quattro osterie e pochi altri luoghi frequentati dagli studenti. Adesso è tutto diverso – aggiunge con un pizzico di nostalgia – di bar oggi ce ne sono tanti, i ragazzi ci vanno soprattutto di notte”.

Soprattutto negli anni Settanta inizia la crisi e la politica entra nell’università: “Noi però l’abbiamo sempre lasciata fuori dalla porta”. Gli esponenti delle opposte fazioni venivano ogni tanto a farsi un caffè, ma il bar rimaneva un territorio franco. Anche durante gli anni di piombo, quando a Padova, nella regione più ‘bianca’ d’Italia, si fronteggiavano i rossi e i neri.

Oggi, come 60 anni fa, quella di Mario continua ad essere una presenza amica per migliaia di studenti che continuano ad affollare gli atri dell’antica sede universitaria. E che dopo un esame o durante le fatiche dello studio continuano a trovare il ristoro di un caffè, una parola buona oppure il silenzio, quando serve: “Se conto qualcosa, è solo perché sono tanto amico di tutti gli studenti”, dice sottolineando le parole. Perché Mario dietro al suo bancone sa soprattutto ascoltare, accogliere sfoghi e confidenze. Ogni santo giorno lavorativo: “Ho chiuso pochissime volte, giusto un giorno quando ho avuto dei lutti. Anche quando ho dovuto operarmi ho fissato l’intervento durante le vacanze di Natale, e non per soldi sai…”. A 77 anni suonati quanto pensa ancora di continuare? “Per ora non mi pongo il problema. Finché ho i ragazzi e salute vado avanti”. Buon anniversario Mario ‘Bovis’. La tua università.

Daniele Mont D’Arpizio
con la collaborazione di Stefano Baroni