Cultura

Cultura

Intellettuali e fascismo: un rapporto complesso

29 agosto 2017

Il giornalista Mussolini, già direttore dell’Avanti, ebbe sempre chiara l’importanza della cultura, sia popolare che accademica, per consolidare il regime; d’altra parte però proprio dalle file degli intellettuali vennero molti degli oppositori al fascismo. Proprio la questione del rapporto tra persone di cultura e dittatura fa da filo conduttore al volume recentemente pubblicato da Donzelli Intellettuali. Cultura e politica tra fascismo e antifascismo, che raccoglie alcuni scritti del docente di storia dell’università di Padova Angelo Ventura (1930-2016).

Un’opera che valorizza un filone interessante dell’opera dello storico padovano, disperso finora in pubblicazioni in cui al rigore scientifico non sempre si accompagnava la diffusione che tali studi meritavano. Si tratta di saggi pubblicati tra il 1978 e il 2011 e vertono su figure di intellettuali politicamente impegnati nel periodo tra le due guerre mondiali: alcuni militanti nel socialismo e nell’antifascismo, come Gaetano Salvemini, Anna Kuliscioff, Eugenio Colorni e Norberto Bobbio; altri convinti sostenitori del regime come Vincenzo Crescini e Carlo Anti.

Tra i ritratti, ineccepibili dal punto di vista storico-documentale, spiccano proprio quelli dedicati ai professori dell’ateneo padovano, a cui Ventura fu sempre legato. Come Norberto Bobbio, che proprio negli anni cruciali della guerra resse a Padova la cattedra di filosofia del diritto e fu esponente di primo piano della Resistenza, e Vincenzo Crescini, filologo romanzo con un passato di nazionalista e interventista, spentosi nel 1932 con il cruccio della mancata nomina a senatore. Poi c’è l’archeologo Carlo Anti, rettore magnifico dal 1932 al 1943, a cui è legata una fase di grande espansione, non solo edilizia, dell’università di Padova.

Proprio la vicenda di Anti serve bene a illustrare la complessità del rapporto tra accademia e regime. Nazionalista e combattente durante la grande guerra, a partire dal 1923 si trova a trascorrere tutta la sua vita accademica “nell’università più togata e patriottica d’Italia”, ma in una delle facoltà più antifasciste: in quel periodo lettere e filosofia è, fra tutte le facoltà d’Italia, quella in cui si raccoglie una delle maggiori concentrazioni di firmatari del manifesto degli intellettuali antifascisti, scritto nel 1925 da Benedetto Croce, mentre ancora nel 1932 risultavano iscritti al PNF appena 3 professori su 13. Qui Anti, pur fervente fascista, come preside della facoltà non transige mai sui requisiti scientifici dei nuovi professori e non si cura particolarmente delle loro idee politiche: “Anzi – scrive Ventura – in più di qualche caso non esit[a] a sostenere la chiamata di docenti politicamente compromessi per la loro posizione contraria al regime”. Così ad esempio accade con Manara Valgimigli, con cui avrà sempre un rapporto di esemplare amicizia e di stima reciproca.

Nel 1932 arriva, da parte del ministro Francesco Ercole, la nomina a rettore: Anti può così dedicarsi al programma concepito fin dal suo arrivo sulle rive del Bacchiglione, riportare l’università di Padova agli antichi splendori. “Se i Veneti vogliono – scriveva già nel 1924 al collega e amico Emilio Bodrero – entro 5 anni, con un piccolo sacrificio, possono avere la migliore università d’Italia”. Un’operazione che porta alla costituzione del quarto consorzio edilizio della storia dell’ateneo, dotato dal governo di un finanziamento di 64 milioni di lire. Un disegno e una strategia che si riflettono nell’elevata qualità artistica degli edifici del Liviano e del Bo e delle loro decorazioni, a tutt’oggi una sorta di museo vivente dell’arte e del design italiano dell’epoca. Ma non solo: Anti è anche un deciso propugnatore dell’intensa partecipazione dell’ateneo nella vita culturale cittadina; sua è infatti l’iniziativa di organizzare concerti sinfonici nella Sala dei Giganti al Liviano, che spesso cura nei minimi dettagli.

Un quadro insomma con ombre ma anche luci, in cui faticosamente si tenta di far quadrare la libertà accademica con la natura autoritaria del fascismo, che però inizia inesorabilmente a infrangersi con le leggi razziali del 1938. Che a Padova sono applicate con intransigenza, coinvolgendo tra l’altro alcuni dei docenti più conosciuti e apprezzati dell’ateneo: il fisico Bruno Rossi (che poi emigrerà negli Stati Uniti, dove collaborerà al progetto Manhattan assieme ad Enrico Fermi e a Emilio Segrè), l’economista Marco Fanno, il filosofo del diritto Adolfo Ravà, il giurista Donato Donati, lo scienziato Tullio Terni e Cesare Musatti, il papà della psicoanalisi italiana, solo per citarne alcuni. Uno dei momenti più bui e controversi del rettorato Anti, che sembra in più aspetti andare al di là della mera applicazione delle direttive del governo e torna a lodarne la politica antisemita anche nel discorso inaugurale dell’anno accademico 1938-39. Anche se Ventura, contestualizzando gli avvenimenti, spiega come il razzismo sia all’epoca placidamente accettato non solo dall’opinione pubblica, ma anche dalle élites intellettuali del Paese, senza quel sentimento di distacco e di orrore, pur celato, che ogni tanto viene evocato da qualcuno. “In fondo vi era forse l’oscura intuizione – scrive Ventura – che non fosse, questa, una questione centrale, avvertita profondamente nel paese, su cui far leva per suscitare l’opposizione al regime”.

In questo senso Anti, negli scritti di Ventura, assurge quasi a simbolo della classe intellettuale italiana: tanto spesso attenta alle forme e allo spirito di corpo, ma talvolta pericolosamente incline a un’interessata simpatia con il potente di turno. E questo libro invece, oltre al suo valore storiografico, sembra quasi costituire un invito agli intellettuali italiani “a fare storicamente i conti con il proprio recente passato più inquietante – scrive Emilio Gentile nell’introduzione –, senza indulgenze, senza reticenze e senza rimozioni”. Una posizione di forte impegno e di correttezza morale che Ventura dimostrò di pretendere innanzitutto da se stesso, mantenendo la schiena dritta durante gli anni di piombo, lui di convinzioni democratiche e socialiste, di fronte alle intimidazioni da parte delle frange politiche più violente. Fino all’attentato di cui fu oggetto in quel 6 settembre 1979, quando, a pochi passi da casa, fu ferito da un commando del Fronte comunista combattente. Riuscì a salvarsi grazie alla prontezza con cui rispose al fuoco con la sua arma, mettendo in fuga i terroristi: intellettuale sì, ma anche lui a suo modo un resistente.

Daniele Mont D’Arpizio