Società

California, 2015. Mandorli morti per la siccità. Foto: Reuters/Lucy Nicholson

Società

Il futuro e le guerre per il cibo e per l’acqua

5 ottobre 2015

Più equità nella distribuzione delle risorse alimentari a livello planetario, ma anche più ricerca, inclusa quella genetica, nel settore agricolo: è chiaro il messaggio che Romano Prodi, reduce dalla missione di inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel, ha voluto dare alla conferenza Geografie del cibo: processi migratori e trasformazioni geopolitiche in Europa. Un evento di particolare importanza, organizzato dall'università di Padova in collaborazione con la Commissione europea, che ha segnato anche la prima uscita ufficiale del nuovo rettore Rosario Rizzuto.

Durante il suo intervento Prodi ha illustrato una serie di numeri e di informazioni: “Oggi purtroppo sulla Terra non c’è ancora cibo per tutti: circa 800 milioni di persone soffrono ancora la fame, l’11-12% della popolazione mondiale. Alcuni paesi come Brasile, Indonesia e Bolivia hanno fatto progressi. Altri però, soprattutto in Africa, continuano a essere in difficoltà”. Se l’avvento delle nuove tecnologie nel campo delle coltivazioni intensive – la cosiddetta “rivoluzione verde”, il cui modello di sviluppo non è però condiviso da tutti gli studiosi  – ha dato secondo l’ex premier un contributo fondamentale a migliorare la situazione, oggi l’aumento della produzione agricola segna il passo: “L’incremento medio della produttività agricola dei terreni è passata dal 2,6 - 3% all’1% annuo. Questo perché ormai la fertilità dei terreni è stata portata al limite, ma anche a causa del processo tumultuoso di urbanizzazione, che in tutto il mondo sottrae sempre più spazio alle coltivazioni. Dall’altra parte la popolazione cresce invece a un ritmo di almeno l’1,8% annuo: se le cose vanno avanti così nel 2050 sarà difficile dare da mangiare a 9 miliardi di persone”.

Per questo oggi la gestione alimentare e idrica è, a detta di Prodi, un punto “sempre più essenziale per la politica mondiale”. “Pensiamo alle primavere arabe – ha continuato il professore emiliano –: furono in parte causate dall’aumento del prezzo dei cereali. Oppure alla Cina, che ha il 20% della popolazione mondiale ma solo il 7% dei terreni arati: è naturale che cerchi le risorse dove sono presenti, a cominciare dall’Africa”. Ma non solo: “In Brasile, il più grande produttore di soia al mondo, la principale ditta esportatrice è di proprietà cinese, come il 40% degli allevamenti di maiali negli Usa. Oggi inoltre nei silos cinesi è contenuto il 30% delle riserve di grano mondiali, il 40% del granturco e il 42% del riso”. Del resto non è solo la Cina a dipendere dall’estero: praticamente tutto l’Occidente riesce ad alimentare i propri enormi consumi solo ricorrendo ai terreni dei paesi del terzo mondo, tramite il fenomeno conosciuto come land grabbing.

Tra le risorse di cui ci sarà sempre più necessità c’è l’acqua: appena il 2,5% di quella presente sulla Terra è dolce, ancora meno quella potabile: “I nuovi conflitti si combattono già per l’acqua – ricorda il Prodi  – basti pensare alla grande diga che l’Etiopia sta costruendo sul Nilo Azzuro e alla controversia che ha generato con l’Egitto (che aveva addirittura minacciato di bombardarla, ndr). Oppure al progetto delle dighe turche  sull’Eufrate, che rischiano di desertificare la Mesopotamia”. Una conflittualità, quella per l’acqua, che ha radici lontane ma che è in crescita: il Pacific Institute conta 343 conflitti sull’acqua fino al 2014, di cui oltre la metà a partire dal 2000. Per questo bisogna imparare a sprecare sempre meno: “Oggi il 70% dell’acqua dolce è impiegato in agricoltura: accanto ai sistemi di irrigazione tradizionali, dove c’è un grosso spreco, c’è quello a goccia che consuma un centesimo rispetto al primo. Bisogna fare uno sforzo di razionalizzazione”.

Ridurre gli sprechi si può anche nel cibo, smaltendo le eccedenze agricole, migliorando l’efficienza della distribuzione e invitando anche le popolazioni dei paesi sviluppati a comportamenti più virtuosi. Ad esempio abbracciando una dieta meno incentrata sul consumo di carne, la cui produzione ha un impatto ambientale particolarmente alto, oppure sprecando meno energia (oggi prodotta anche con i biocarburanti, che sottraggono risorse all’alimentazione). Soprattutto però bisogna continuare a investire nella ricerca: “I maggiori investitori in ricerca pubblica sull’agricoltura oggi sono il Brasile e la Russia. 100-120 anni fa l’Italia era all’avanguardia in questo campo: all’università di Palermo sono stati messi a punto i moderni ibridi degli agrumi, mentre Bologna era forte nella selezione del grano. Oggi invece abbiamo abbandonato la ricerca: anche quella genetica, che è stata una delle glorie di questo Paese”. Sembra chiaro qui il riferimento alla recente richiesta da parte del governo italiano all’Unione europea di poter escludere dal proprio territorio la coltivazione di tutti gli Ogm autorizzati a livello europeo. “La ricerca deve essere regolamentata, ma deve essere fatta. Un paese che rinunzia alla ricerca è un paese finito”.

L’ex presidente della Commissione europea ha terminato il suo intervento con un auspicio: “Soprattutto dopo l’ultima crisi economica oggi in Italia siamo pieni di zone industriali non utilizzate, di aree artigianali e abitative vuote, di terreni devastati e abbandonati. Qualsiasi ripresa economica non avrà bisogno di questa terra: lasciamo queste aree all’agricoltura, perché in questo modo le lasciamo al nostro futuro”.

Daniele Mont D’Arpizio

2 ottobre 2015. Romano Prodi in Aula magna a Palazzo Bo

Movimenti migratori e cibo

La gara planetaria per le risorse sta già iniziando a incidere anche sulle società occidentali, ad esempio con i movimenti migratori. “Fin dall’origine la specie umana si è distinta per la mobilità geografica, oltre che per la diversificazione della dieta, dovuta anche alla cottura dei cibi – ha spiegato nel suo intervento Telmo Pievani, docente di filosofia delle scienze biologiche presso l’università di Padova –. Due aspetti che hanno contribuito in maniera fondamentale alla sua adattabilità e quindi al suo successo”. Siamo da sempre viaggiatori e migranti: le varie specie del genere homo nascono a più riprese e si sono diffuse in tutto il mondo dal Corno d’Africa, spesso seguendo le stesse rotte dei migranti di oggi. Essenziale fin dall’inizio in questi spostamenti è stato il ruolo dell’instabilità climatica, che da sempre interessa il globo ma che oggi rischia di essere ampliata dall’azione umana. Le cui conseguenze non si fermano al riscaldamento globale, ma stanno portando anche a un drastico calo della biodiversità: “Si calcola che fino a oggi l’uomo abbia contribuito all’estinzione del 30-35% delle specie viventi, e stiamo procedendo verso il 50. Nemmeno i meteoriti hanno fatto tanto. Stiamo defaunando il pianeta, lo stiamo spolpando della sua biodiversità”. Un mondo con meno biodiversità è anche un mondo più fragile, ma anche meno generoso per l’uomo. E qui Pievani conclude con una provocazione: “Come è possibile chiedere alla classe politica, con le regole attuali, di prendere decisioni i cui effetti saranno percepiti solo dai nostri figli o dai nostri nipoti? Non sarà il caso di prevedere qualche diritto, come già si discute a livello internazionale, anche per le future generazioni?”.