Scienza e ricerca

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Dimagrire, una questione "social"

9 novembre 2015

Se siete donne (ma anche gli uomini non sono da meno) quasi certamente non più di 20 giorni fa avete pensato: “Devo mettermi a dieta”. Ebbene, anch’io. Partiamo con tutti i migliori propositi: porzioni ridotte, tanta frutta e verdura, niente dolci, niente bevande gassate. Per le prime due settimane tutto funziona, poi arriva quell’invito a pranzo. Si può non fare onore alla cuoca? Il giorno dopo è la volta dei colleghi che, prima di entrare in ufficio, ci invitano a colazione. O delle chiacchiere con le amiche all’ora del tè. Senza accorgercene ci ritroviamo punto e a capo e dopo non molto a ripetere sempre la stessa frase: “Devo mettermi a dieta”. Che poi, si sa, la donna è a dieta per definizione. Resistere alle tentazioni, tuttavia, non è così semplice. Eppure, pare esistano delle “strategie” con cui riuscire a mantenere i propri propositi. 

Va detto innanzitutto che “sforzarci” per avere comportamenti salutari nel lungo periodo potrebbe non essere così produttivo. Quanto più infatti ci impegniamo a esercitare un controllo su determinate situazioni, spiega Alessandro Antonietti docente di psicologia generale all’università Cattolica di Milano intervenuto a un recente convegno padovano, tanto più perdiamo le risorse necessarie a fronteggiare le tentazioni che da quelle circostanze provengono. Ma a cosa si deve la sensazione di conflitto davanti a una fetta di torta al cioccolato? Perché indugiamo in ripetuti “la mangio o non la mangio”? Antonietti parla di “sistema caldo” e “sistema freddo”: il primo, molto sensibile alle valenze emotive dello stimolo, agisce più d’impulso con l’obiettivo di ottenere un piacere immediato, mentre il secondo opera sotto il controllo della consapevolezza, cerca di rappresentarsi le conseguenze e porta alle scelte più meditate, nel nostro caso più salutari. 

Nonostante le tentazioni siano molte, esistono degli aspetti di tipo psicologico che possono venirci in aiuto. Prendiamo l’ambiente che ci circonda: il modo in cui disponiamo i cibi sulla tavola può fare la differenza. Antonietti cita alcuni studi: se disponiamo delle carote e dei cioccolatini su piatti differenti il consumo delle prime aumenta, perché implicitamente si suggerisce che i due alimenti hanno proprietà e potere calorico differenti. E si sarà portati a riflettere sulle conseguenze. Al contrario se sono messi nello stesso piatto, la tendenza è a preferire i cioccolatini. Non è un caso poi che nei programmi per il trattamento dell’obesità vengano preventivamente preparate porzioni in misura ridotta, così da evitare che chi sta seguendo una dieta sia indotto ad aumentare la quantità degli alimenti. 

Anche il modo in cui si parla del cibo può incidere. Esistono modalità di comunicazione che portano a riflettere sugli effetti del comportamento alimentare a breve termine e altre invece che insistono sulle conseguenze in un arco di tempo maggiore. E ancora, dire che “l’obesità è una malattia” fa sentire il paziente meno responsabile della propria condizione e ciò si traduce in un maggior controllo delle proprie abitudini alimentari. 

Si può poi ricorrere alla strategia del “pre-commitment” che consiste nel fornire a una persona la “ricompensa” desiderata prima di aver compiuto lo sforzo per raggiungerla (e non dopo come solitamente accade). Un metodo che sembra risultare più vincolante per il soggetto. In proposito Antonelli cita una ricerca condotta su 6000 casalinghe sudafricane che hanno ricevuto uno sconto per impegnarsi ad aumentare del 5% il loro acquisto di cibi salutari nel corso del mese. Tale sconto sarebbe stato revocato se non avessero raggiunto l’obiettivo e questo ha permesso di modificare i comportamenti di acquisto.

Anche la rappresentazione mentale del cibo fa la sua parte. Il tipo di ricordo, ad esempio. “Se rievochiamo lo stato di sazietà che abbiamo raggiunto alla fine di un pasto – sottolinea il docente – riusciamo più facilmente a controllare il nostro comportamento alimentare. Cosa diversa se pensiamo alla sensazione di fame prima di pasti avvenuti nel passato”. E ancora, immaginarsi i cibi lontani da noi anziché a portata di mano produce una minor attrattività del cibo. 

La dimensione sociale, infine, è di fondamentale importanza. Dichiarare ad altre persone il proposito di voler seguire una dieta aiuta a mantenerci saldi nelle nostre intenzioni, nella misura in cui gli altri ci ricordano il nostro impegno. Più in generale, studi dimostrano che chi ha un buon supporto sociale segue meglio le prescrizioni mediche, svolge più attività fisica, consuma più frutta e verdura, smette più facilmente di fumare. Dunque, conclude Antonietti, è importante crearsi delle occasioni sociali entrando ad esempio in comunità reali o virtuali che condividano i nostri stessi obiettivi. 

Monica Panetto