Cultura

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Consigli di letture estive: Motta/Sorba

17 agosto 2017

Ultimo appuntamento con la nostra rubrica con i consigli dei professori su quali libri portarsi da leggere in vacanza. Dopo Pievani, Bettiol, Tonello e Illetterati, i consigli di lettura arrivano da Attilio Motta, ricercatore di Letteratura italiana e Carlotta Sorba, docente di storia al dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell'antichità. 

Cosa leggerà in vacanza quest’estate? Ci dice almeno tre libri che metterà in valigia?

Motta: le letture della mia estate sono in parte collegate a ricerche che sto svolgendo, in particolare su cinema e letteratura, e nello specifico sulle trasposizioni cinematografiche di autori veneti dal 2000 in poi: per questo motivo ho messo in valigia Il fuggiasco, Jimmy dalle colline e Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto (da cui sono stati tratti gli omonimi film rispettivamente di Andrea Manni, Enrico Pau e Michele Soavi), Il bambino indaco di Marco Franzoso (da cui Hungry Hearts di Saverio Costanzo) e due romanzi di Fulvio Ervas, Finché c’è prosecco c’è speranza e Se ti abbraccio non aver paura, di cui sono annunciate le trasposizioni cinematografiche di Antonio Padovan (L’ultimo desiderio) e Gabriele Salvatores (Strangers in Paradise). Per un altro progetto ho portato con me il corposo volume di Tutti i romanzi di Beppe Fenoglio, per completarne o rinnovarne la lettura: e suggerisco almeno, a chi non lo conoscesse, quel capolavoro assoluto che è Una questione privata, un romanzo disperatamente classico, che fa innamorare della Resistenza, della vita e soprattutto della letteratura. Ma vorrei leggere anche Le otto montagne di Cognetti e Un’educazione milanese di Rollo.

Sorba: ho appena messo in valigia il libro di Jonathan Safran Foer, Eccomi, uscito da Guarda nel 2016. Avevo letto i due romanzi precedenti che mi erano piaciuti, soprattutto il secondo Molto forte, incredibilmente vicino (2005). È di nuovo una sorta di saga familiare nella comunità ebrea americana attuale. E poi due libri gialli estivi, i cui protagonisti seguo regolarmente e con assiduità (insieme a molti altri): la detective spagnola Pedra Delicato in Alicia Gimènez-Bartlett, Serpenti nel paradiso, di Sellerio; e l’avvocato napoletano Vincenzo Malinconico in Diego De Silva, Divorziare con stile, uscito da poco per Einaudi.

Quali libri si sentirebbe di suggerire tra quelli che ha già letto? Ci sono dei ricordi collegati ad essi?

Motta: tra i libri letti di recente segnalo quella che ritengo essere una chicca, cioè la prima traduzione italiana di Albert Savarus di Balzac, un romanzo (breve) della Comédie humaine, del 1842, insieme politico e d’amore, e ricco di allusioni pubbliche e private che il lettore può apprezzare grazie alle note puntuali e illuminanti di un comparatista e francesista di vaglia come Pierluigi Pellini. Colgo volentieri l’occasione, peraltro, per consigliare tre dei miei scrittori preferiti (tutti e tre mancati Nobel, per ora almeno), chiedendo scusa per la scarsa fantasia: e cioè il giapponese Murakami, in particolare l’ormai lontano (1987) Norwegian wood, un romanzo di formazione dolente e vitale al tempo stesso, con due figure femminili diversamente memorabili come Naoko e Midori; il sempreverde Philiph Roth, specie per Patrimonio (2007), la «storia vera» – come recita il sottotitolo – del rapporto insieme impietoso e affettuoso del protagonista con la malattia del padre; e naturalmente Javier Marías, soprattutto Domani nella battaglia pensa a me (1994), forse non il suo libro più equilibrato, ma certo quello più folgorante, come conferma, almeno per me, questo ricordo: anni fa, invitato a cena in Friuli da una amica, colta, filosofa ed esigente, che non vedevo da tempo, glielo portai in dono, un po’ timoroso del suo giudizio spesso idiosincratico e istintivo, lei che molti anni prima, un po’ più grande di me, mi aveva iniziato a letture dense e meno ingenue di quelle della mia adolescenza, e che infatti lo ricevette senza grande attenzione; a sera tardi mi misi in macchina per rientrare a casa, ma non feci a tempo ad arrivare a Padova quando ricevetti una sua telefonata: “Attilio, non ho mai letto un esordio così”. E in effetti, son trenta pagine mozzafiato: e chi non le ama, rinunci a tutto Marías.

Sorba: Per via dei ricordi scelgo Edmund De Waal, Un’eredità di avorio e ambra, Bollati Boringhieri 2012.  Non solo perché è un libro bello e appassionante, storia di una straordinaria collezione di oggetti tra fine Ottocento e oggi e tra Oriente e Occidente. Ma perché per la prima volta mi è capitato di andare a ricercare i luoghi del libro, a Parigi, intorno a Parc Monceau e al Musée Nissim de Camondo. L’ho fatto a dire il vero anche con Simenon, ma molti di quei luoghi, purtroppo, sono spariti.

Quali sono i generi e i supporti che di solito preferisce per la lettura? Dove legge di solito?

Motta: quanto ai supporti (e anche ai luoghi) sono un uomo del Novecento: non ho nulla contro tablet ed e-reader, ma preferisco il cartaceo; che sottolineo, se sono libri che schedo, e strapazzo (non troppo, però), sdraiato sotto l’ombrellone o seduto sulla sdraio in campagna sotto le stelle, la mia location preferita, almeno d’estate, mentre d’inverno il luogo ideale rimane quello sotto le coperte.

Sorba: leggere è una parte molto consistente del mio lavoro. Leggo ovunque, talvolta anche camminando per strada, con qualche rischio a dir la verità. E sono molto pragmatica sui supporti. Leggo sia sul Kindle che in cartaceo. Dipende dalle situazioni e dalle occasioni. Per un pendolare di lungo corso come me il Kindle è indispensabile. Poi però vedo un libro in libreria e lo compro. Ad esempio dei tre libri in valigia uno è cartaceo (Safran Foer) e due sono e-book.