Università e scuola

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Brexit, i diktat degli atenei britannici per rimanere competitivi

22 giugno 2017

Sono iniziati in questi giorni i negoziati legati alla Brexit, a un anno di distanza del referendum nel quale la Gran Bretagna ha deciso per il “leave”. Nel piatto anche i rapporti di università e ricerca con l’Europa a 27 e le modalità interne di iscrizione e tassazione studentesca.

Già un mese fa il governo britannico annunciò che avrebbe garantito a tutti gli studenti dell’unione europea iscritti nel 2017 e 2018 una tassazione pari a quella degli inglesi, per tutta la durata degli studi. Non una parola sulle modalità a partire dal 2019.

Il timore dell’incerto sembra già aver rallentato le iscrizioni alle università inglesi da parte dei giovani europei, che sono infatti diminuite del 7% dal momento del voto per la Brexit, segnando la prima flessione dopo più di un decennio di crescita.

Ma questo declino iniziale potrebbe essere solo l’inizio: una ricerca della London Economics afferma infatti che l’applicazione delle stesse norme per studenti europei ed extraeuropei porterebbe all’abissale diminuzione del 57% di iscrizioni UE, circa 31.000 in meno. Una perdita di circa 40 milioni di sterline solo nel primo anno.

Arriva dunque dalle università inglesi, in particolare da Universities UK, una lista di raccomandazioni sulle priorità da rispettare nei negoziati per l’uscita dall’Europa, nella consapevolezza che questa imponga sfide e preoccupazioni di grossa portata. I timori della conferenza dei prorettori inglesi sono rivolti soprattutto all’inevitabile innalzamento di barriere nell’assunzione e nella mobilità di docenti, ricercatori e studenti europei. Senza contare la preoccupazione, fondata e non secondaria, di perdere la capacità di attrarre fondi per ricerca e innovazione.

Le ricadute sulle università britanniche potrebbero essere enormi, considerato che circa il 17% dei dipendenti universitari è costituito oggi da persone provenienti dal resto dell’Europa e che sono più di 125.000 gli studenti UE.

Cinque sono dunque le priorità avanzate dalle università inglesi: assicurare il diritto di residenza, lavoro e di accesso ai servizi pubblici ai lavoratori europei in campo accademico; garantire la partecipazione della Gran Bretagna al programma europeo per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020, all’interno del quale oggi la nazione gioca un ruolo primario; negoziare l’accesso al Nono Programma Quadro e ai programmi di mobilità Erasmus+ e Marie Sklodowska-Curie Actions; mantenere e costruire standard di equivalenza con le altre nazioni europee.

Tra gli obiettivi a breve termine della conferenza dei prorettori anche le iscrizioni alle università dopo il 2018, per le quali si raccomanda anche per gli studenti UE iscritti a partire dal 2019/20 un trattamento equiparato agli inglesi per tasse e prestiti. Sarebbe dunque questo un accordo di transizione, dato che le lezioni inizierebbero prima del ritiro dall’Europa, effettivo al massimo entro il 2019.

Il risultato delle recenti elezioni, che ha lasciato il partito conservatore privo della maggioranza, apre uno spiraglio per un Brexit in forma “soft” invece che al completo ritiro dal mercato unico e dall’unione doganale. Al di là di questo, però, la campagna di Theresa May, avanzata sullo slogan “nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, non lascia invece molto spazio a un ammorbidimento della posizione.

Ci sono però anche i dati economici a parlare. Le università inglesi infatti producono annualmente circa 73 miliardi di sterline, contribuendo quasi al 3% del prodotto interno lordo. Inoltre generano più di 750.000 posti di lavoro e 11 miliardi di proventi annui da esportazione. A influire sui negoziati, dove il voto politico non è arrivato, potrebbero essere già solo queste questioni economiche.

Chiara Mezzalira